Donami l’attimo delle cose

Donami l’attimo delle cose.
Finisce il giorno,
fai che tutto continui ad essere
solo nuovo o giovane.
Che sia lontano il tempo
delle riserve,
dei due conti con se stessi.
Appoggiati alla ringhiera
ad osservare l’Ibisco
che a lungo ha retto il gelo
e poi è giunto l’altro inverno,
prendendosi tenacia
e coraggio.
Donami il ruolo di piccola cosa,
ciò che già sarò stata
e per un altro attimo soltanto,
lasciami credere
che la morte è sempre
lontana .

Annunci

Non ora, luna.

Non ora , luna.
Ritroverai la tua bianca verginità
nelle parole di poeti estranei
a questo tempo
e forse sarà di nuovo la malinconia docile
della memoria a riscattare la tua bellezza.
Non ora,non presto.
Se solo la consapevolezza
fosse una strada e tu fossi lì in fondo …
Se solo ci fossimo smarriti per luoghi
meno impervi della nostra follia …
Pietà di noi,luna.
Ci siamo accalcati in fosse comuni,
credendole isole felici per tutti.
No,no luna. Non ora.
Non illuminare più nulla,
non parlare d’amore.
Guarda e perdona la solitudine
di questi astronauti che delimitano confini
e dignità
Paura della miseria ?
Siamo già infinitamente miserabili
senza nascondere pane
e screditare dei.
Che tacciano i poeti,sentinelle
d’ inutili versi,
mentre tutto muore e tu aspetti
un canto ancora .
La coscienza vaga senza sosta
per i deserti del pensiero.
Conosci sciagura peggiore?
Guardala come si contorce
in un dolore sopportato troppo
a lungo
Non ora,luna. Non ora.
Fai una nicchia tra i ricordi e aspetta.

Bambolina di papavero

Non c’era più. Un paese raso al suolo , con le sue primavere ed i fiori di latte.
Lì erano cresciuti i suoi figli e prima di essi, era trascorsa la gioventù del loro padre.
Non osava toccarsi . Le mani avrebbero colto molto più degli occhi Le stringeva attorno allo schienale della sedia posta davanti allo specchio . Decise di sedersi,
aspettando che l’idea della metamorfosi non violentasse fino a togliere il fiato,la cognizione ideale di se stessa . Voleva credere in un appuntamento insolito con la normalità delle circostanze , poichè se c’è qualcosa di normale al mondo,sono tutte le circostanze : belle,brutte , buone, cattive , secondo il caso . Per noi non è la stessa cosa. La normalità è l’armonia spietata del bello con il buono,tutto il resto ci umilia , ci abbandona . Doveva. solo alzare lo sguardo e guardarsi. Qualche mese prima, i capelli lunghi avrebbero coperto il viso e lei li avrebbe buttati all’indietro con vezzoso moto del capo ad allontanare imbarazzo e paura.. Che strano sapore aveva il pudore.
Un riserbo spontaneo come il gusto acidulo delle primizie a primavera.Sarebbero ricresciuti presto i suoi capelli perduti tra le mani desolate. Senza alcun dolore,come se la testa fosse un ramo d’autunno che lasciava andare dolcemente le foglie.Appena possibile,li avrebbe tinti di rosso , oppure di blu e tutti l’avrebbero notata solo per quella bizzarria . Tuttavia,anche la morte era una bizzarria che attraeva per la sua stranezza . la sua noncuranza del parere umano. Ma alla morte non voleva dare altro spazio,aveva reciso i suoi pensieri per troppo tempo e l’aveva spaventata,oltraggiata senza tregua. Strinse più forte la sedia ,la spostò e si sedette.Era nello specchio,seduta di fronte a se stessa.Nuda e bianca come un baco da seta . Respirò a fondo finchè sentì tutto l’ossigeno attraversarla con un dolore già provato ma senza sapere quando o forse si. Non poteva più rimandare l’incontro con se stessa ,incrociò le mani e finalmente si guardò. Sorrise,piena di tenerezza verso quella lei nuda che aspettava una parola dal luogo dimenticato dell’ombelico. Allora,sussurrò un “ciao” lieve come un soffio che però avrebbe potuto fare tremare il mondo. Tirò su le spalle e rimase a fissare la mutilazione. Pianse senza lacrime,immobile su se stessa,dentro se stessa.Quindi iniziò ad urlare muta , aggrappandosi ai segni del sole sulle pareti fino a buttarle giù e a restare su quella sedia al centro dell’universo sola . Improvvisamente,ricordò che da adolescente riempiva il reggiseno di ovatta e scoppiò a ridere fino alla nausea. Fingeva un seno turgido sotto le magliette , per sentirsi attraente e la tattica funzionava,avrebbe sempre funzionato, dal momento che la finzione e l’estetica spesso si uniscono ,dando sicurezza
Presto , si sarebbe abituata a quel mezzo sterno di bambina ritrovato . Doveva solo carezzarlo per fuggire l’ostinazione del prima e riconoscersi senza giudizio. La cucitura estesa,sembrava un filo di ferro di quelli con cui si reggono gli steli delle gerbere. Dei papaveri,quand’era bambina ,per farne bamboline vestite di rosso.Che strano , neanche quelle bamboline avevano chioma e seno , eppure erano bellissime. Sapevano danzare e sorridere . Competere con tutte le altre bambole del mondo e vincere . Decise che da quell’istante, sarebbe stata una bambolina di papavero anche lei e rimanendo seduta davanti allo specchio , non pensò più a nulla. Immaginò di emergere da enormi petali leggeri,col suo capo spoglio come un pianeta nuovo nello spazio. Ed i papaveri li immaginò inghiottire il male devastante attaccato alla sua mammella,come gramigna velenosa. Chiese scusa a se stessa,alla cucitura sul cuore che saldava ancora la vita al destino , con fierezza estrema , spartana. Con coraggio basito soltanto nell’espressione imprevedibile della tempestività degli eventi:tutto troppo veloce per riflettere,per indagare sul seguito dell’unica decisione possibile. Estirpare il nemico,sacrificando una parte di lei. A quel punto , non c’era più tempo per il suo prima.Quello nello specchio,era il dopo la guerra. Erano tutte le bamboline fatte di papavero che potesse ricordare. Vive , come la giustizia vuole tutte le cose e le creature e lei era una creatura intatta intimamente. Un giorno,molto presto,avrebbe raggiunto un prato di papaveri e si sarebbe stesa in mezzo a loro per sentirsene parte.Nessuno l’avrebbe condannata,non si condannano i fiori ed il loro significato. L’umiliazione che provava era solo un’idea pessima che le passava per la testa come una nuvola minacciosa.L’avrebbe lasciata infrangersi ed avrebbe pianto fino a finire le lacrime. Poi, non sarebbe rimasto altro da fare che vivere e provare a sognare nuovamente.

E’ un viaggio

E’ un viaggio attaccato ai fianchi
del tempo scalzo.
Ombre
su ogni piano percorso ,
per terra e per mare.
Rimpianto chiuso
in una gabbia per canarini,
scambia il cielo per un’ ultima illusione
e lo allontana.
Mani di bambini
che agitano l’aria per salutare
un treno che passa
e non si accorgono di essere
in viaggio da sempre.
Un vecchio viaggio,
dalle labbra arse
e gli occhi cerchiati di infinito bruciato.
Il capostazione si accorge
della fatica dei viaggiatori
che mordono l’espressione della sera ,
cercando nascondiglio
nella sua chioma vermiglia .
E tu ? Risali la china e non lo sai.
Neppure lo credi,amica mia.
Potessi donarti le mie battaglie vinte
e vederti ridere nuovamente.
Si deve imparare a non morire
così tante volte ,
che ci si stanca davvero.

La bimba e il Sambuco

La bimba coglie il sambuco
tra gatti e galline che non si guardano
neppure.
Lo agita , piove polline
dall’ombrello dell’inflorescenza.
Piccola folla biancastra
di primavera inoltrata,
lungo un percorso di attimi diversi
da quelli della neve.
Faremo lo sciroppo
con le bacche nere del Sambuco
e gli “schioppi”,
con i suoi rami più leggeri.
Ma non giocheremo alla guerra ,
io e la bambina.
Costruiremo “un’acchiappafarfalle”
di nuova generazione,
da indossare
come un ridicolo cappellino inglese
all’ora del tè.
Tutte le farfalle voleranno sul sambuco
e tra i capelli ,
senza capirne la differenza.
La bambina coglie il sambuco
e sul suo quaderno di geometria,
si disegnano angoli inusuali di pace.